Il racconto del volontariato a Mabicho 1

Campi, risaie, lattuga e broccoli.

Arance, mandarini, viti, ulivi e non è il Mediterraneo.

Il Seto-Nai-Kai, il Mare Interno di Seto, è un mare quasi chiuso come il Mare Nostrum e le terre intorno godono di un clima mite.

L’aria è fresca, frizzantina, il kafunsho (allergia al polline) e l’appiccicume è rimasto a Tokyo, nessuno indossa la mascherina se non per lavoro.

La scusa per venire da queste parti è un progetto di volontariato in aiuto delle famiglie che hanno subito la devastazione di un alluvione l’estate scorsa. Non servono particolari capacità, basta la volontà del volontario. E forza d’animo, spirito d’iniziativa e voglia di stare con un gruppo di sconosciuti condividendo in immersione totale l’intera giornata.

E’ bello e non scontato che anche stranieri che parlano male il giapponese come me possano partecipare.

Così l’avventura comincia nella prefettura di Okayama.

A Kurashiki mi prelevano e mi portano in macchina in un santuario shintoista appollaiato su una collinetta, centro di evacuazione in caso di emergenza da disastro naturale e base dell’organizzazione non governativa per cui lavoro. Mi spiegano quello che è successo nei dettagli della zona di Mabicho che per farla breve è un’enorme conca che si è allagata fino a 10 metri di altezza dovuta alla rottura degli argini di due fiumi, l’Odagawa e il Takahashigawa. I 10 metri sono facili da calcolare perché c’è una ferrovia sopraelevata proprio a quell’altezza che taglia in due la conca e l’acqua, com’è evidente dalle foto dall’elicottero, la sfiorava appena.

Le altre foto, condite da numeri ahimè impressionanti, mostrano la marea di fango, le case distrutte e la potenza brutale con cui la forza della natura ha divorato questa terra. Mi rendo conto che venire qui solo adesso è quasi sciocco o quanto meno tardivo, ma se il progetto è ancora in piedi ci sarà pur qualcosa da fare!!

I tempi sono serrati, faccio un salto in un vicino supermercato per la cena e mi inoltro nella sala comune fatta di tavolini bassi e tappeti riscaldati perché fa freschetto per non dire che si gela.

Apro la porta e ci trovo trenta persone circa ammassate, ingoio lo spirito d’avventura, non incontro lo sguardo di nessuno, mi accovaccio e mangio.

Alle 20.30 la riunione quotidiana. I leader dei gruppetti di lavoro descrivono i progressi di quel giorno con l’ausilio di un foto-proiettore che si fa strada sul tavolino tra ciotole, tazze, bastoncini e bicchieri. Di solito è gradito il commento almeno di un altro membro di ogni gruppo e, udite udite, una ragazza traduce tutto in inglese.

Un buon esercizio, no!?!?

Per capire se in giapponese ho capito bene!!

In effetti non sono l’unico forestiero, c’è anche un americano che come me abita a Tokyo per lavoro e una coppia di spagnoli in viaggio che col giapponese stanno a zero.

Il gruppo a cui appartengo io è facilmente formato: stranieri+interprete+qualche giapponese dal passato internazionale.

La notte è un futon (materasso per terra in stile giapponese) in mezzo a mille altri su cui sono coricati misteriosi personaggi dalla buona volontà. La sinfonia notturna, malgrado i tappi, mi sembra perfino dolce, io l’ascolto tutta la notte cercando di indovinare di volta in volta chi è l’emergente compositore.